Finanza sostenibile, cresce interesse ma resta rischio abbandono

C’è interesse, ma non sempre piena comprensione. È questo il quadro che emerge dalla ricerca condotta da Caterina Cruciani e Ugo Rigoni dell’Università Ca’ Foscari Venezia nell’ambito del lavoro della Fondazione Grins tra il 2024 e il 2025. L’indagine, realizzata su un campione di 1.000 investitori retail e rappresentativa di un mercato che in Italia vale circa 4.000 miliardi di euro, mette a fuoco due nodi ancora aperti della finanza sostenibile: da un lato un’attenzione diffusa verso i prodotti Esg, dall’altro una conoscenza spesso incerta e un inatteso rischio di abbandono.  

Il primo dato racconta un mercato potenzialmente ricettivo. Quasi sei investitori su dieci collocano il proprio interesse per i prodotti sostenibili in una fascia medio-alta. Eppure questa disponibilità non coincide sempre con una reale consapevolezza. Circa un investitore su cinque, infatti, dichiara di non sapere se i propri investimenti siano davvero sostenibili. Secondo lo studio, dietro questa incertezza pesano soprattutto una minore competenza percepita e un rapporto poco attivo con il consulente finanziario: chi delega in modo passivo tende più facilmente a non conoscere con chiarezza le caratteristiche Esg del proprio portafoglio.  

Ma è soprattutto il tema della permanenza a lanciare un segnale d’allarme. La ricerca mostra infatti che il 16% di chi aveva investito in prodotti sostenibili ha poi lasciato questo segmento. Si tratta in media di investitori più giovani, meno avversi al rischio e con livelli di alfabetizzazione finanziaria più bassi rispetto a chi è rimasto. Non solo. Sono anche profili che si affidano più spesso ai social network, alle recensioni online o a consigli informali, invece che a fonti professionali e strutturate.  

Lo studio suggerisce inoltre che i valori personali, da soli, non bastano a garantire continuità. L’attenzione ai temi ambientali e sociali favorisce l’ingresso nel mondo Esg, ma non assicura la permanenza. Gli ex investitori sostenibili, pur mostrando familiarità con questi temi, appaiono più orientati ai rendimenti di breve periodo e più esposti a eccesso di fiducia e minore diversificazione del portafoglio. Gli investitori che restano nel comparto, invece, manifestano una maggiore esposizione al cosiddetto disposition effect: tendono cioè a vendere più facilmente i titoli in guadagno e a mantenere più a lungo quelli in perdita. 

Un capitolo specifico è dedicato alle donne, che rappresentano il 37% del campione. Tra quelle già attive nella finanza sostenibile emergono livelli più elevati di alfabetizzazione finanziaria e un ricorso più frequente ai consulenti, apprezzati anche per il supporto emotivo. Tra le donne che non investono ancora in prodotti Esg, invece, si registra una domanda più forte di chiarezza, coerenza con i propri valori e accompagnamento informativo: un segnale che lascia intravedere margini di crescita importanti, a condizione che il mercato sappia offrire strumenti e linguaggi più accessibili.  

“La scarsa consapevolezza e l’uscita di una parte degli investitori dagli strumenti sostenibili mostrano che questo mercato resta vulnerabile e richiede interventi mirati. Per rafforzare la consapevolezza, una proposta molto semplice potrebbe essere quella di ricordare almeno una volta l’anno, per esempio quando si trasmette il rendiconto periodico su costi e oneri, la scelta espressa. Un richiamo chiaro e immediato aiuterebbe l’investitore a rileggere le proprie scelte con maggiore trasparenza e comprensione”, osserva Ugo Rigoni, professore dell’Università Ca’ Foscari Venezia.  

Nel complesso, la survey restituisce l’immagine di un settore in espansione, ma ancora esposto a fragilità strutturali. La mancanza di consapevolezza, la dipendenza da fonti informative poco affidabili e l’incertezza sulle caratteristiche dei prodotti rischiano di frenare sia l’ingresso sia la permanenza nel mercato Esg. Perché la finanza sostenibile possa diventare una componente stabile delle scelte di portafoglio, conclude la ricerca, serviranno più trasparenza, alfabetizzazione mirata e una comunicazione semplice, coerente e continua lungo tutto il percorso decisionale. 

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