Iran-Usa, braccio di ferro per Hormuz. Italia pianifica l’invio di 4 navi

L’Italia è pronta a partecipare con 4 navi ad una missione internazionale nello Stretto di Hormuz. Il braccio di mare, decisivo per il 20% del commercio mondiale di petrolio, è ancora paralizzato dal braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran. Il presidente americano Donald Trump non ha nessuna intenzione di rimuovere il blocco navale che soffoca i porti iraniani, Teheran da quasi 2 mesi fatto scattare il semaforo rosso che ferma le petroliere di tutto il mondo. La tensione cresce mentre i negoziati tra i due paesi si arenano, l’estensione della tregua da parte di Trump non favorisce per ora la ripresa del dialogo. 

“Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato. L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco”, dice Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano. Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica nelle stesse ore annuncia il sequestro di due imbarcazioni nello Stretto. L’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, identifica le due navi come Msc Francesca ed Epaminondas, definendole “non conformi” alle normative marittime e informando che sono state “scortate verso la costa iraniana”. 

Per Trump, che evidentemente mira ad evitare un’escalation, la vicenda non è un ‘casus belli’. “Non si tratta di una violazione del cessate il fuoco perché non sono navi americane e non sono navi israeliane, sono imbarcazioni internazionali”, dice la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aggiungendo che gli iraniani “non controllano lo Stretto di Hormuz, quello a cui assistiamo è pirateria. “Queste due navi sono state catturate da motovedette veloci. L’Iran è passato dall’avere la Marina più letale del Medio Oriente ad agire ora come un gruppo di pirati. Si tratta di due, due imbarcazioni in confronto con le oltre 160 navi da guerra che gli Stati Uniti hanno affondato”. 

Lo Stretto di Hormuz è fondamentale per il quadro economico internazionale. Lo stop al commercio del petrolio nel Golfo Persico ha ripercussioni sulle quotazioni del greggio e sui prezzi di benzina e diesel in molti paesi, Italia compresa. La carenza di carburante per aerei, raffinato soprattutto negli impianti della regione, rischia di avere pesanti effetti sull’operatività di numerose compagnie. C’è chi, come Lufthansa, razionalizza sin da ora le attività tagliando un elevato numero di voli per i prossimi 6 mesi. La prospettiva di riduzione di voli può diventare sempre più concreta nelle prossime settimane. Diventa più complicato anche il processo di produzione e trasporto di beni e prodotti di largo consumo.  

In questo quadro, con l’auspicio di una rapida soluzione del conflitto tra Usa e Iran, servirà un impegno coordinato per ‘riaccendere’ lo Stretto in tempi relativamente brevi. Secondo il Pentagono, potrebbero servire fino a 6 mesi per sminare il braccio di mare. L’Italia, quando saranno state create le condizioni per agire, è pronta a fare la propria parte. “Noi abbiamo otto cacciamine adesso disponibili, sono alla base di La Spezia nella quinta divisione navale. La pianificazione prudenziale che ha fatto il Capo di Stato Maggiore della Difesa prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e con un’unità logistica che ci permette di aumentare il periodo e in tutto sarebbero 4 navi: due operative, una logistica e una di scorta”, dice il capo di Stato maggiore della Marina militare, Giuseppe Berutti Bergotto, a ‘Cinque Minuti’, condotto da Bruno Vespa e in onda su Rai1. “E ovviamente noi non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale. Anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine – aggiunge Bergotto -. Oltre noi hanno cacciamine in Europa anche Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio. E dall’ordine, impiegheranno circa quattro settimane per arrivare. Perché i cacciamine hanno una velocità ridotta e hanno necessità di qualche sosta logistica”. 

Lo Stretto “è una zona minata. Non sappiamo bene qual è l’area che è stata minata, non è determinata. Si presuppone che l’area minata sia nella zona della linea di separazione del traffico in ingresso e uscita da Hormuz. La tipologia dei fondali ci aiuta a capire quali sono le mine”, circa 20 per il Pentagono, “che possono essere utilizzate. Possiamo ipotizzare le operazioni che dobbiamo attuare per bonificare l’area. Vicino alla costa ci sono dei fondali rocciosi”. Alcuni elementi sono già noti: “Ci sono principalmente due tipi di mine: quelle da fondo, che sono delle mine che stanno proprio sul fondo del mare, e quelle ormeggiate. Sono delle mine che hanno una base sul fondo e sono semigalleggianti. Di solito sono messe ad alto fondale”.  

internazionale/esteri

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