Meloni incassa anche dimissioni Santanchè: scatta il totonomi, tempi rapidi per successione

Alla fine di un’altra giornata sull’ottovolante, Giorgia Meloni incassa anche le dimissioni ‘auspicate’ di Daniela Santanchè. Dopo il passo indietro, martedì, del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del ministero di via Arenula, Giusi Bartolozzi, ieri – al termine di un lungo pressing da parte di Fratelli d’Italia – è arrivato anche l’addio al governo della ministra del Turismo, che aveva trascorso l’intera mattinata chiusa nel suo ufficio al dicastero.  

Con una lettera alla premier, Santanchè ha ufficializzato la sua ‘rinuncia’ (con un garibaldino “obbedisco”), accompagnandola con una chiusa polemica: “Cara Giorgia, non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri”.  

Per il ‘dopo Santanchè’ si moltiplicano le ipotesi. Come da tradizione, il totonomi è scattato subito dopo la missiva d’addio ed è destinato a proseguire fino all’individuazione del successore: con ogni probabilità questa mattina, dal momento che Meloni è rientrata in serata dalla visita in Algeria. Tra le valutazioni in corso, secondo quanto si ragiona negli ambienti di via della Scrofa, ci sarebbe l’ipotesi di un riequilibrio geografico e politico: puntare su una figura del Sud per ricostruire consenso in aree oggi più fragili, come quelle in cui ha prevalso il ‘no’ alla riforma della giustizia.  

In alternativa, un profilo amministrativo forte e riconoscibile come quello di Luca Zaia potrebbe garantire continuità nella capacità di governo, anche se qualcuno osserva che assegnare ora una casella alla Lega rischierebbe di innescare tensioni, soprattutto con Forza Italia. Interpellato su un possibile coinvolgimento, l’ex governatore del Veneto preferisce non commentare. Sullo sfondo, anche la figura dell’ex presidente del Coni Giovanni Malagò, ma in via della Scrofa si registra scetticismo sul suo nome per quella casella. Secondo gli ultimi boatos, in quota FdI sarebbe in corsa anche Gianluca Caramanna, deputato meloniano e figura di riferimento nel settore turistico: classe 1975, nato a Flörsheim am Main, in Germania, economista del turismo e manager di lunga esperienza nel comparto alberghiero, tra cui il gruppo Hotel Domus. Circola inoltre il nome di una donna, Elena Nembrini, attuale direttore generale dell’Enit, così come viene ipotizzato anche il profilo dell’attuale presidente Ita, Sandro Pappalardo.  

Tra i papabili alla ‘successione’ girano anche i nomi di Lucio Malan, attuale presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, e del senatore siciliano Salvo Sallemi. Ma nella giornata convulsa di ieri sarebbe circolata anche l’ipotesi di un interim in capo a Meloni. Si tratterebbe di una soluzione transitoria che vedrebbe un prima e un dopo: oggi la premier potrebbe assumere anche l’incarico di ministro del Turismo per poi conferire a un fedelissimo (come Caramanna) il mandato di sottosegretario allo stesso dicastero. Successivamente Meloni rinuncerebbe all’interim, cedendo ‘pieni poteri’ a un nuovo ministro. 

La scelta del nuovo ministro del Turismo, raccontano, non è semplice. Pesa ancora la mancata elaborazione della sconfitta del sì al referendum. Il nodo – si osserva in ambienti parlamentari di FdI – è quello della classe dirigente: se nei territori in cui esprimi sindaci o figure apicali finisci per perdere con margini anche superiori al 60%, significa che esiste una frattura profonda. Quella del referendum, in questa lettura, non è soltanto una sconfitta elettorale, ma il segnale di uno scollamento: proprio dove il partito dovrebbe essere più forte, perché governa e ha visibilità, si rivela invece più debole, osserva un esponente. Il fatto di aver prevalso soltanto in tre regioni rafforza ulteriormente questa interpretazione. Da qui l’idea delle “pulizie di primavera”: una cesura netta, non solo simbolica, per aprire una nuova fase. 

Al ministero della Giustizia è stato il day after le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi. Il ministro Carlo Nordio, ieri al question time alla Camera, ha sgombrato il campo. “Non è previsto in nessun ordinamento che il ministro si dimetta a seguito dell’esito negativo del referendum, tanto più che la fiducia è già stata confermata dal governo e dalla presidente del Consiglio”, ha replicato alle opposizioni ringraziando l’ormai ex capo di gabinetto per il passo indietro. “Bartolozzi ha dato le dimissioni e ha sempre, secondo il mio giudizio, incessantemente svolto le sue funzioni con dignità ed onore e il suo gesto spontaneo dimostra un grande senso di responsabilità e confido che cessino definitivamente le strumentali polemiche che hanno investito la sua persona e tutto il ministero”, ha continuato, annunciando: “Provvederemo quanto prima alla sua sostituzione, tenendo conto che l’obiettivo è l’efficienza del ministero e l’attuazione del programma governativo”. 

Intanto, in attesa che venga nominato il nuovo capo di gabinetto (tra i nomi che circolano quello di Antonio Mura, attualmente capo dell’Ufficio legislativo), a fare le funzioni sarà Vittorio Corasaniti, già vicecapo di gabinetto vicario, affiancato da Anna Chiara Fasano, già vicecapo di gabinetto. Non è un caso che le loro posizioni siano state ‘blindate’ con le richieste arrivate ieri dal ministro al Csm per la conferma di fuori ruolo per entrambi, approvate all’unanimità dal plenum.  

Resta poi il rebus legato alla casella lasciata vacante dalle dimissioni del sottosegretario Delmastro. E’ da chiarire se arriverà o meno una nuova nomina anche se c’è chi pensa che difficilmente una delega ‘pesante’ come quella al Dap possa essere redistribuita. Tra i nomi papabili per un’eventuale successione ci sarebbe quello della deputata FdI Sara Kelany. 

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