Trump: “Colloqui ottimi con Iran per chiudere la guerra”. Teheran frena: “Solo contatti”

Dall’ultimatum alla pace, dall’attacco finale all’accordo. Donald Trump ribalta tutto e, almeno a parole, si prepara a chiudere la guerra contro l’Iran. Teheran, però, non conferma la versione del presidente americano e offre un quadro decisamente differente: contatti attraverso mediatori, dice la repubblica islamica, ma nessun negoziato. 

 

“Sono lieto di annunciare che negli ultimi due giorni gli Stati Uniti e l’Iran hanno avuto colloqui molto positivi e produttivi riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”, annuncia il presidente americano. Il primo risultato concreto è lo stop all’attacco minacciato contro le centrali iraniane: “Ho dato istruzioni al dipartimento per la Guerra di rinviare ogni attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni”. I media israeliani indicano anche un data cerchiata in rosso sul calendario di Trump per chiudere la guerra: il 9 aprile. 

La de-escalation, è convinto il presidente degli Usa, porterà anche ad una rapida soluzione per la crisi dello Stretto di Hormuz, di fatto bloccato da settimane con conseguenze sul traffico di petrolio e sui prezzi dei carburanti. Lo Stretto di Hormuz sarà “aperto molto presto” se i negoziati con l’Iran proseguiranno a ritmo sostenuto, dice Trump, spingendosi anche a delineare lo scenario futuro: “Sarà sotto controllo congiunto. Io e l’ayatollah, chiunque esso sia, chiunque sarà il prossimo ayatollah”. Insomma, la soluzione al rebus appare vicina. Ma come si è arrivati a questa svolta? “Hanno chiamato loro, non sono stato io a chiamare. Vogliono stringere un accordo”, la versione di Trump, che non vuole assumersi la paternità dell’iniziativa. 

Il presidente dà per scontato lo smantellamento del programma nucleare della repubblica islamica e punta ad assicurarsi i 440 chili di uranio prodotti da Teheran: “Vogliamo l’uranio arricchito”, dice senza mezzi termini. Per arrivare a dama – secondo la versione presidenziale – Washington parla “con un uomo che, a mio avviso, è il più rispettato e il leader”. L’identikit, secondo i media israeliani e in particolare Ynet, sarebbe quello di Mohammed Bagher Ghalibaf, 64 anni, presidente del Parlamento dal 2020. Fuori gioco la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei: “Nessuno ha sue notizie e non sappiamo se sia ancora in vita”, dice Trump. 

 

La diplomazia si muove attraverso diversi canali. Gli inviati della Casa Bianca, Jared Kushner e Steve Witkoff, nelle ultime 48 ore avrebbero riallacciato contatti con Teheran e in particolare con il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Turchia, Egitto e Pakistan hanno trasmesso messaggi tra Stati Uniti e Iran e hanno avuto colloqui separati con Witkoff e Araghchi. I mediatori stanno lavorando per organizzare una riunione a Islamabad, in Pakistan, tra Iran e Stati Uniti. La riunione, secondo la deadline di 5 giorni indicata da Trump, in base alla ricostruzione di Axios dovrebbe tenersi già questa settimana e la delegazione iraniana comprenderebbe in particolare Ghalibaf. Dall’altro lato del tavolo, oltre a Witkoff e Kushner, ci sarebbe il vice presidente Jd Vance che nelle ultime ore ha discusso con il premier israeliano Benjamin Netanyahu soffermandosi anche sull basi di un possibile accordo. 

La fiducia in un esito positivo dei negoziati non ferma la macchina bellica americana: nessuna modifica ai piani statunitensi per l’invio di ulteriori forze militari in Medio Oriente, dove sbarcheranno circa 2.200 Marines e arriveranno altre 3 navi. I Marines sono attesi a destinazione a partire da venerdì, lo stesso giorno fissato da Trump come scadenza per riaprire lo Stretto di Hormuz.  

Nel frattempo, il Pentagono sta valutando l’invio di circa 3.000 paracadutisti della 82esima Divisione Aviotrasportatacome forza di pronto intervento per supportare eventuali operazioni con l’obiettivo, se necessario, di occupare l’isola di Kharg, principale hub per l’export petrolifero iraniano.  

 

Da Teheran, nelle stesse ore arrivano le parole di Ghalibaf. I messaggi pubblici del presidente del Parlamento stonano con il quadro delineato da Trump: “Il popolo iraniano chiede una punizione completa e severa per gli aggressori. Tutti i funzionari iraniani sostengono fermamente la loro guida suprema e il loro popolo fino al raggiungimento di questo obiettivo”, scrive su X. “Non sono stati condotti negoziati con gli Stati Uniti e le fake news vengono utilizzate per manipolare i mercati finanziari e petroliferi e per uscire dalla situazione di stallo in cui sono intrappolati Stati Uniti e Israele”, aggiunge. 

Le parole di Trump non trovano al momento riscontro ufficiale da Teheran ma alla rigida posizione pubblica fa da contraltare la realtà in evoluzione dietro le quinte. Il ministero degli Esteri iraniano conferma di aver ricevuto messaggi tramite “Paesi amici” riguardo a una richiesta degli Stati Uniti per colloqui, ma nega che siano in corso negoziati. “Negli ultimi giorni sono stati ricevuti messaggi tramite alcuni Paesi amici che indicano una richiesta degli Stati Uniti per negoziati volti a porre fine alla guerra”, dice il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baqaei evidenziando l’iniziativa a stelle e strisce e negando poi “qualsiasi negoziato o colloquio con gli Stati Uniti durante gli ultimi 24 giorni della guerra imposta”. Un alto funzionario iraniano, però, nelle stesse ore conferma ad Al Jazeera che negli ultimi giorni “sono stati trasmessi tramite Egitto e Turchia messaggi tra Teheran e Washington, in uno spirito di buona volontà per allentare le tensioni”. 

internazionale/esteri

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